Decine di migliaia di cittadini – almeno trentamila -, si sono rivoltati in piazza a Bucarest, nei giorni seguenti l’immane tragedia per chiedere le dimissioni del governo del leader socialdemocratico Victor Ponta. I manifestanti hanno chiesto a gran voce le dimissioni del Primo Ministro, lamentandosi della scarsa supervisione della sicurezza e soprattutto, dell’elevata corruzione. Una contestazione che, grazie alla diffusione sui social, ha conosciuto una celere espansione capillare su tutto il territorio e oltre alla capitale anche altri importanti centri del Paese quali Cluj, Timișoara e Costanza hanno visto i propri abitanti scendere in piazza per dire la loro.
L’insofferenza del popolo romeno per la corruzione ha raggiunto, infatti, il culmine: un male che affligge la classe politica della Romania – percepita come in perenne decadenza – sin dai tempi del crollo del regime comunista. Il Parlamento Europeo, ben conscio del fenomeno dilagante della corruzione presente nel Paese, arrivò perfino a minacciare di posticipare l’adesione di Bucarest all’Unione Europea nel lontano 2004; il governo del Paese adottò efficienti misure di contrasto a tale problema, come dimostrano i numerosi arresti di personalità rilevanti – lo stesso sindaco di Bucarest, il medico Sorin Oprescu, è stato recentemente incarcerato con l’ accusa di aver preso parte ad un giro di tangenti.
Eppure Victor Ponta sembrava essere l’uomo giusto. Al momento della sua elezione nel 2012, è il Primo Ministro più giovane che il paese abbia mai conosciuto; carisma, ampio seguito, dinamicità sembrano assicurargli il successo e non sono pochi i cittadini che riponevano in lui le speranze di un risanamento della classe politica, da lungo atteso. I nodi vengono al pettine lentamente, e la pressione monta: dapprima, la denuncia per la sua tesi di laurea – denunciata di plagio -, e le ben più gravi accuse di frode, evasione fiscale e riciclaggio. Nel 2014, poi, il ridimensionamento: candidato a Presidente della Repubblica, perde al ballottaggio con uno scarto di oltre 10 punti percentuali dal candidato conservatore di centro-destra Klaus Iohannis.
Al grido di “vergogna” ed “assassini”, il popolo ha ottenuto una risposta rapida e concreta: Victor Ponta ha consegnato le dimissioni, e con lui viene meno l’intero esecutivo. “Rimetto il mio mandato, mi dimetto, e di conseguenza si dimette l’intero mio governo. Ho l’obbligo di constatare la legittima rabbia esistente all’interno della società e di assumermi le mie responsabilità” ha dichiarato Ponta. Nel frattempo, il Presidente Iohannis ha avviato, il 5 novembre, nuove consultazioni per individuare un ipotetico nuovo primo ministro e formare un nuovo governo prima delle elezioni che si sarebbero dovute svolgere nel dicembre 2016.
Primavera romena? E’ vero, I numeri divergenti non permettono un’analogia con le rivolte avvenute nel mondo arabo. Elementi di comunanza comunque non mancano, una su tutte intolleranza nei confronti della corruzione politica. I manifestanti continuano imperterriti nella loro battaglia, anche dopo aver ottenuto le dimissioni del governo Ponta; desiderano riforme, maggiormente incisive, ed elezioni anticipate strumentali ad evitare sterili giochi di palazzo. I romeni si sono mostrati decisi ad andare fino in fondo, e questo episodio dimostra che, nonostante tutto, la piazza può ancora dire la sua. Ai posteri l’ardua sentenza.