– di FRANCESCO SEVERA – Il silenzio è a volte lo strumento di cui si serve la persona accorta; la persona che sa comprendere quale sia il momento giusto per parlare: in quei casi il silenzio è sintomo di intelligenza. Il silenzio può essere anche sintomo di rispetto: una dignitosa risposta davanti a quelle difficoltà che lasciano senza parole. Ma esiste anche un silenzio colpevole. E’ il silenzio dell’indifferenza. Undici persone brutalmente uccise dagli uomini del Daesh, ad Aleppo alla fine di agosto, perché professavano una fede diversa dalla loro. Ne ha dato notizia in questi giorni l’organizzazione no profit statunitense Christian Aid Mission, con sede a Charlottesville, in Virginia. Decapitati e crocifissi perché rifiutavano di abbandonare la loro fede cristiana: tra questi perfino un bimbo di dodici anni, torturato davanti a suo padre prima della fine. Non è la prima di queste notizie agghiaccianti che ci arrivano dalla Siria, né probabilmente sarà l’ultima. Ma più passa il tempo più questa brutalità perde valore mediatico. Sembra quasi che ci siamo assuefatti a tutto questo, come se non ci riguardasse. C’è da chiedersi perché in un mondo in cui i cristiani sono vittime dell’80% degli atti di discriminazione religiosa – sono dati dell’International Society for Human Rights -, quell’Europa, che ha visto per secoli nel cristianesimo la sua religione identitaria, sia oggi preda di questa assurda indifferenza. Un’indifferenza, evidentemente, che non trova le sue basi solo nella grave crisi economica che il vecchio continente ormai da anni sta attraversando e che fa sembrare qualsiasi problema internazionale secondario rispetto alle necessità interne. Essa si fonda anche su un consistente processo di scristianizzazione, che ormai da qualche secolo interessa i paesi dell’Europa occidentale e che sta aumentando anno dopo anno. Tale processo vede la sua causa in un rifiuto culturale: l’Europa, fondata sulla concezione cristiana dell’individuo unico e irripetibile, dell’individuo che è soggetto spirituale, sulla concezione cristiana della vita, della storia, della società, si getta nelle braccia di quella “dittatura del relativismo”, la quale non riconosce nessuna verità ma che trasforma ogni cosa in una verità. L’Europa che rinuncia alla sua identità, a quel quid che permetteva di dirci appartenenti ad uno stesso mondo, per gettarsi in quella che Dominique Venner definisce “la metafisica dell’illimitato, sorgente nefasta di tutte le derive moderne”. Questa rinuncia è stata perfino istituzionalizzata da un’Unione Europea che ha rifiutato di riconoscere all’interno dei suoi trattati costitutivi le radici giudaico-cristiane della propria cultura. E’ un’Europa pavida quella che, difronte al grido di dolore che arriva dalle comunità cristiane di una Siria devastata, si nasconde dietro la giustificazione politicamente corretta di una necessaria e giusta accoglienza, ma non si fa capofila a livello internazionale di un intervento che possa alla radice risolvere il problema. Questa indifferenza, questo mancato coraggio, sono figli di una perdita di identità: non sappiamo più chi siamo; quale siano i sogni, i sentimenti, la fede di questa Europa. Finchè non li riscopriremo, difficilmente potremo dirci fieri di essere europei!